Autore: Fabrizio Vielmini – 18/02/2025
All’amministrazione Trump sono bastate tre settimane per sconvolgere il confortevole mondo in cui gli establishment liberali dei vari paesi europei si erano abituati a vivere ormai da trent’anni. Tale mondo si reggeva sul postulato dell’unità dell’Occidente e sulla connessa relazione di vassallaggio incondizionato dell’Europa alla volontà della Casa Bianca, che garantiva protezione in cambio di servitù.
Il “nuovo sceriffo in citta” (secondo l’espressione colorita usata dal vicepresidente Vance davanti ai dignitari europei alla conferenza di Monaco) ha ora messo in questione i valori comuni che gli europei sentivano come base della casa comune occidentale.
Il problema principale è ovviamente l’esito della guerra per procura che, su istigazione dei loro sodali di Washington, gli europei hanno combattuto contro la Russia sulla pelle del popolo ucraino. All’inizio di questa tragedia, formalmente scatenata dalla Russia ma causata da ben precise provocazioni da parte occidentale, il sottoscritto, insieme a schiere di analisti responsabili, aveva ammonito sull’assurdità del mirare ad infliggere a Mosca “una sconfitta strategica”. Per tre anni, nonostante le migliaia di cadaveri che si accumulavano sul campo e l’evidente impossibilità di sconfiggere i russi, a Bruxelles non hanno voluto intendere ragioni sulla possibilità di un accordo. Ora la realtà sul campo ha avuto ragione delle illusioni degli europei che si ritrovano al pari degli ucraini quali i principali sconfitti. Tagliata fuori dalle forniture russe, l’industria europea sta crollando su sé stessa. Quello che resta dell’Ucraina è un cumulo di macerie, che Bruxelles dovrà ora ricostruire per far fede ad impegni assunti senza cognizione di causa. Washington invece dopo essere stata all’origine del conflitto provocando il colpo di Stato del Maidan, si chiama fuori e tratta con il “male assoluto” russo. Gli USA in effetti escono dalla tragedia come vincitori. Dividendo le potenzialità di un’Eurasia integrata economicamente, la guerra fratricida fra gli slavi orientali ha eliminato un potenziale concorrente di Washington legando ancora più strettamente gli sciocchi servi europei. A questi Trump fa ora sapere non solo che dovranno pagare loro la ricostruzione ucraina ma che non devono più considerare come assodata la protezione della NATO. Peggio, se i liberali europei oseranno protestare, la nuova amministrazione sosterrà élite politiche alternative, quali i reazionari dell’AdF in Germania.
Di fronte ad una tale doccia fredda gli europei si sbracciano in gesti convulsi. Un esempio il vertice convocato in fretta da Macron con i colleghi tedesco, polacco, danese, italiano, spagnolo e olandese. Dentro anche la Gran Bretagna ma fuori gli altri 19 membri UE, una chiara dimostrazione che l’impalcatura europea sta precipitando con il crollo dell’avventura in Ucraina. Non sembra infatti esserci un limite alla cecità di questa classe politica che, dopo aver condannato a morte la gioventù ucraina, assistito impassibili al genocidio dei bambini palestinesi, e distrutto le basi della prosperità futura degli europei, continua a vedere il problema principale in una surreale “minaccia russa” e chiede perciò che le ultime scarse risorse vadano nell’acquisto di armi, nonostante si allarghino le divisioni e crolli la produzione. Gli Dei accecano coloro che vogliono perdere.
Fabrizio Vielmini – professore associato di Relazioni internazionali alla Webster University di Tashkent (Uzbekistan), ricercatore associato di Vision & Global Trends. International Institute for Global Analyses. E’ autore di Kazakistan: fine di un’epoca (Mimesis, 2023). Ha curato – con Tiberio Graziani – L’Asia centrale: nella ridefinizione degli equilibri mondiali, Geopolitica. Journal of Geopolitics and Related Matters, Vol XII, n. 1/2023 e, più recentemente, scritto la prefazione a I cinque stan dell’Asia centrale (Callive/Media&Books, 2025). Esperto in politica estera, storia e affari della Russia, del Caucaso e dell’Asia centrale. Fra il 2002 ed il 2021 ha risieduto nell’ex-URSS, dove ha lavorato per l’OSCE (Organisation for Security and Cooperation in Europe) e l’Unione Europea. Da oltre un quarto di secolo, si dedica allo studio delle dinamiche politico-economiche del Kazakistan, Paese in cui ha vissuto a lungo.
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